L ‘ ANZIANO NELLO SCORRERE DEL TEMPO: TEMPO SOGGETTIVO E TEMPO CRONOLOGICO

anzianaANNA, CENT’ANNI….

 

1.L’incontro con Anna.

Anna, da poco tempo ospite di una casa di riposo, per venire nel mio studio doveva attraversare il salone nel quale, il giorno prima, era stata festeggiata per i suoi 100 anni.

Anna mi era stata descritta dalla Direzione con le formule generiche che spesso si usano in questi casi: è lucida e ben orientata nel tempo e nello spazio. E’ entrata nella casa di riposo di sua spontanea volontà in quanto stanca di vivere da sola.

Anna è quella che normalmente viene descritta come una ‘bella persona’: non molto alta, curata nel vestire – vestaglia di recente fattura e grembiule azzurro per non sporcarsi – cammina con passo lento ma sicuro.

Il volto è sereno, l’andatura non ha nulla di incerto: sa dov’è lo studio del dottore, per cui si orienta con estrema facilità.

Anna non ha fretta: incontrerà un professionista che non conosce, il motivo stesso dell’incontro forse non le è molto chiaro, ma non ha esitazioni.

E’ come assorta nei suoi pensieri, nelle sue vicende…

Si tratta di un primo colloquio, spazio preposto per la conoscenza dell’ospite e per aiutarlo ad ambientarsi nell’incongruo mondo dell’Istituzione.

Nell’accoglierla, mi colpisce la pacatezza del suo incedere e dei suoi movimenti.

Mi presento e le illustro lo scopo del colloquio.

Lei mi ascolta con attenzione, ma, nello stesso tempo, è come se stesse ascoltando altro…, è come se fosse sintonizzata su altro.

Alza lo sguardo, mi osserva ed esprime poche battute: riflessioni di una centenaria che avranno il potere di propormi – senza alcuna mediazione – il mistero della vita e della morte; poche battute che (trovandomi agli inizi della mia collaborazione con il mondo degli anziani), mi lasciarono sconcertato.

Mi disse (in dialetto, ovviamente e con un tono risentito):“ Sì, sì, dottore di là (nel salone che aveva attraversato) c’è scritto ‘Viva Anna’, ‘Viva i 100 anni di Anna!’, …. E domani….?; si va bene, dottore, qui sono tutti molto gentili con me, ma dopo…., cosa viene dopo?”

In quel momento rimasi senza parole. Non avendo sufficiente esperienza in riferimento all’evolvere della personalità in vecchiaia, non ero in grado di cogliere cosa stessero guardando per davvero gli occhi di Anna, non ero in grado di comprendere cosa avesse portato una donna con un secolo di vita ad interrogarsi sul futuro, sul ‘dopo’, con quella immediatezza e con quella pregnanza emotiva.

Mi aspettavo una serie di considerazioni riguardanti il piacere di essere stata festeggiata e per i doni che aveva ricevuto. Mi aspettavo, insomma, che reagisse come avrebbe fatto una persona adulta, felice di venire celebrata.

Viceversa in lei tutto indicava una sorta disorientamento, di ‘offesa’: il tono della voce improntato ad una sorta di rammarico, lo sguardo rivolto verso il basso per cui non incontrava il mio, la posizione del corpo piegata, raccolta in sé.

Dava l’idea di una persona ‘spiazzata’, disorientata.

Sembrava trarre consolazione unicamente dallo stirare in continuazione con la mano destra, inesistenti pieghe sul grembiule che le copriva la vestaglia.

“E domani….?”

Cosa conteneva quella domanda? Cosa l’aveva portata a ridosso di un simile quesito? Come si poteva collegare la celebrazione di un compleanno con un interrogativo che sembrava suggerirle il mistero della fine della vita? Come argomentare, come dare un senso a tutto ciò?

Non avendo in quella circostanza risposte che mi sembrassero adeguate, ebbi il buon senso di tacere, di non banalizzare il quesito che Anna mi poneva.

E forse fu proprio il mio silenzio e il mio ascolto a dare un contributo costruttivo; infatti poco dopo Anna, alzando gli occhi e fissandoli nei miei, evocò alcuni aspetti della sua storia.

Raccontò che lei (ottava di 12 figli) da bambina aveva fatto la ‘pittarola’, ossia portava al pascolo i tacchini; erano in tanti in famiglia e non si usava festeggiare o ricordare i compleanni. Fin da piccoli, il tempo scorreva tra i molti impegni e le date significative erano scandite dagli eventi particolari: la nascita di un altro fratellino, l’andare a scuola, la prima comunione, i matrimoni dei fratelli maggiori, ecc….

La qualità del tempo conosciuta da Anna non sembrava essere stata connotata dalla rilevanza soggettiva, quanto piuttosto da una sorta di partecipazione alla vita al gruppo famiglia, cosa che per certi aspetti, non poteva che impoverire l’esperienza individuale.

Anna, in un certo senso, constatata l’impossibilità di ricevere dall’interlocutore una risposta esauriente al quesito espresso (era davvero una domanda rivolta a me?), si era collocata nella sua storia, si era ricomposta nella sua tradizione interna, ambito nel quale poteva ritrovare aspetti di sé certamente più rassicuranti dei risvolti incontrati nel festeggiamento del suo compleanno.

Rividi Anna dopo due settimane (così prevedeva la prassi in quella struttura), ma non aveva più il suo incedere lento ma sicuro: camminava appoggiandosi ad un girello perchè, diceva, “Le gambe non mi tengono più su”! E, quasi a volersi scusare, aggiunse: “Eh, sa, dottore…., la vecchiaia!”

Per una serie di circostanze, non dipendenti dalla mia volontà, non ebbi più occasione di rivedere Anna; mi rimase quindi la sensazione di avere una sorta di debito non solo nei suoi confronti, ma verso la condizione stessa dell’essere anziano.

Quella domanda riverberò a lungo in me e solo il prosieguo del lavoro clinico con altri anziani contribuì a suggerirmi delle ipotesi, che ben volentieri avrei condiviso con Anna e con l’ambiente che la ospitava.

(continua…)

Dott Claudio Vianello

Psicologo- Psicoterapeuta

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