L’INCONTRO NELLA DEMENZA

La possibilità di ammalarsi di demenza è una delle preoccupazioni più ricorrenti tra gli anziani, soprattutto quando si affaccia un primo declino mnestico fisiologico compatibile con l’età, che non deve essere confuso con l’inizio di un deterioramento patologico. demenzaInvece, proprio quando la malattia ha il suo esordio e la sua evoluzione si fa strada, le difese psicologiche del malato e spesso anche dei familiari si attivano velocemente, rendendo ardua la presa di coscienza della diagnosi.

Infatti, come spesso succede di fronte ad una diagnosi grave, le difese non agiscono solo nell’ammalato, ma coinvolgono tutto il sistema familiare anche se naturalmente in modi diversi e con intensità diverse per le diverse persone della famiglia. Per esempio, può succedere che mentre il coniuge sano neghi la malattia del coniuge ammalato, i figli se presenti possono essere più consapevoli; oppure, possono esserci diversi gradi di consapevolezza tra i diversi figli, come del resto può accadere nello stesso ammalato, il quale soprattutto nelle prime fasi può transitare per stati di allarme di intensità diversa, senza per questo prendere necessariamente piena coscienza della diagnosi.

Fin dal suo esordio la malattia si colloca nella relazione, cioè non è qualcosa che si svolge solo dentro l’ammalato. Basti pensare alle numerose storie di incomprensioni, conflitti, fraintendimenti che scoppiano tra il paziente e i familiari: molto spesso i familiari non riescono a comprendere i deficit, ritenendoli assurdi, impossibili, frutto piuttosto di capricci o dispetti da parte dell’anziano ammalato. Quindi, la relazione per certi versi è come se si ammalasse esse stessa di demenza: non è più possibile essere ragionevoli, e questo può riguardare tutti!

I malati di demenza, pur presentandosi molto simili tra di loro, hanno un estremo bisogno di essere riconosciuti nelle loro peculiarità individuali. Si tratta del bisogno importantissimo in tutto l’arco della vita di trattenere e di vedere confermata la propria identità, contrastandone lo smarrimento. Ma tale bisogno di poter riconoscere l’identità del proprio caro è urgente anche nei familiari, che soffrono non solo l’angoscia di non riconoscerlo più, ma anche di non essere più riconosciuti a loro volta. Salvare l’identità non solo quella personale e dell’altro, ma anche l’identità relazionale, mantenere un senso di continuità nell’esperienza basilare di sé e dell’altro e della relazione è di estrema importanza, poiché permette di conservare un senso di sicurezza.

Purtroppo nelle demenze gravi questo nucleo di identità interno, questo senso di sicurezza profondo viene gradualmente smantellato, generando nel malato forti angosce di tipo psicotico, quali per esempio depersonalizzazione (non sentirsi più se stessi), derealizzazione (non sentire più la realtà come tale), frammentazione (sentire di andare in mille pezzi), terrore senza nome (sentire di impazzire) dalle quali si protegge con altrettante forti difese primitive, quali per esempio negazione (io non sono malato), proiezioni (sei tu ad essere pazzo), diniego (è tutto come prima), delirio (i ladri rubano i miei oggetti personali).

La realtà esterna diventa importantissima, poiché veicola concretamente l’identità tramite i vestiti, la casa, gli oggetti cari, le abitudini, ai quali la famiglia stessa si lega in un vincolo che rappresenta la sicurezza e l’appartenenza.

La mente del paziente diventa “de-mente”, cioè è tratta fuori (Spagnoli, 1995) e da ciò deriva un funzionamento psichico molto primitivo che ricalca il funzionamento mentale alla nascita e durante i primi mesi di vita, quando cioè la mente e le strutture psichiche sono in fase di costruzione. Possiamo infatti pensare un’analogia: come la protomente del neonato ha bisogno di essere contenuta, modulata e formulata nella mente della madre, così allo stesso modo la mente del malato di demenza ha un costante bisogno di essere trattenuta, contenuta, alimentata, ripensata da qualcuno che sia lì con lui, teso a modulare la distanza, la sintonizzazione, il contenimento che coinvolge tutta la persona a partire dalle sensazioni corporee.

Il bisogno di aiuto non riguarda solo l’ammalato, ma anche i care-givers (familiari e operatori) che hanno bisogno di essere aiutati a destreggiarsi tra le angosce che ricevono nel contatto prolungato con un funzionamento così primitivo. Il care-giver infatti deve poter rimanere in un buon contatto con se stesso, realizzando la difficile funzione di contenimento e di barriera protettiva dagli eccessi pulsionali (per esempio dall’eccesso di rabbia).

Le strategie di intervento con pazienti affetti da demenza sono diverse e riguardare la sfera affettiva, cognitiva, comportamentale, sensoriale. Quello che ritengo però interessante osservare è la natura profondamente relazionale di qualsiasi intervento si decida di proporre. Infatti, il malato di demenza ha bisogno (oltre alla terapia farmacologica) di aiuto per orientarsi nella realtà esterna, ma ha anche bisogno di aiuto per orientarsi dentro di sé. La realtà esterna deve essere concertata accuratamente, proprio perché la realtà interna è fragile. L’ambiente esterno concreto deve essere adeguatamente allestito per veicolare il senso di un ambiente psicologico volto ad accogliere e a contenere le fragilità dei funzionamenti mentali primitivi. È come quando la mamma e il papà allestiscono la cameretta del neonato, rendendola accogliente, morbida, sicura, protetta: il neonato certo non può conoscere cognitivamente ciò che è stato pensato per lui, ma di certo sperimenterà sul piano sensoriale attraverso il registro corporeo tutta la bontà della “preoccupazione materna primaria” (Winnicott) tesa a nutrire il benessere, decongestionando le aree di tensione.

Ritengo quindi che la nostra attenzione non vada messa sulla malattia in sé, ma sulla modalità di funzionamento che essa stabilisce. Lo sforzo difficile sta nella ricerca o nel recupero di un senso possibile di quanto accade nella relazione, poiché è una relazione di senso che salva l’identità del malato e rende possibile il mantenimento della relazione stessa.

Il lavoro di cogliere l’epifania del senso può avvenire tramite interventi di orientamento alla realtà (ROT), oppure tramite un’attività motoria, una stimolazione sensoriale, una riabilitazione comportamentale, una proposta evocativa: ciò che importa non è ciò che si svolge, ma ciò che emerge (una postura, una parola, una domanda, un’immagine) e la restituzione che ne viene fatta al malato, passando per la mente di chi accudisce.

Bibliografia

Spagnoli A. (1995). «… e divento sempre più vecchio». Jung, Freud, la psicologia del profondo e l’invecchiamento. Bollati Boringhieri, Torino.

Palma Minervini – Psicologa Psicoterapeuta

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