DAL CONTROLLO DEL SINTOMO ALLA RICERCA DI SENSO

In questa parte del mio lavoro vorrei soffermarmi su alcuni dei più frequenti disturbi del comportamento non tanto per indicarne la gestione, quanto piuttosto per cercare di stabilire un nesso di senso tra ciò che si presenta a livello demenza senilecomportamentale e il mondo interno del malato1, che pur nel farsi indecifrabile, illogico, enigmatico, continua a conservare un suo significato. Del resto i manuali sono ricchi di suggerimenti comportamentali e ad essi rimando2.

Abbiamo visto negli articoli precedenti come spesso i disturbi del comportamento rappresentino il tentativo del paziente di adattarsi come può alla realtà esterna (l’ambiente) e interna (il proprio mondo interiore). Per questa ragione è molto importante affrontare il disturbo comportamentale non solo dal punto di vista del controllo del sintomo (da eliminare o nell’ipotesi più realistica da gestire), ma anche da un punto di vista più strettamente psicologico, affinché nella mente di chi accudisce si possa sollecitare una visione più ampia del disturbo, che aiuti quindi a sviluppare un clima relazionale affettivo  più  accogliente, meno giudicante e colpevolizzante.

Infatti, una mente in grado di cogliere dei nessi di significato affettivo-relazionale è una mente in grado di tollerare meglio le angosce, che spesso si vivono nel contatto prolungato con un malato di demenza. Ma non solo, poiché quella mente, sensibilizzata alla ricerca di un significato, sarà anche una mente capace di immaginare una risposta differenziata a seconda delle angosce recepite.

Pensare in un’ottica psicologica significa poter rintracciare nel comportamento un significato psichico che cerca una via per emergere, quando a causa della malattia non sono più disponibili le modalità proprie delle rappresentazioni verbali. Pertanto, è molto importante non porsi esclusivamente nell’ottica del controllo del disturbo comportamentale, ma anche nell’ottica dell’osservazione e dell’indagine di un possibile significato: infatti, un’indebita eliminazione del sintomo potrebbe rappresentare per il paziente l’ennesima perdita di una possibilità soggettiva, quella cioè di esprimere se stesso in rapporto al mondo, pur in un modo apparentemente enigmatico.

ESEMPI CLINICI

Maria e Rosa sono due signore ammalate di demenza, entrambe non camminano, non sono più in grado di esprimersi verbalmente in un modo coerente; presentano un disturbo del pensiero con delirio e talvolta allucinazioni. Entrambe urlano e disturbano fortemente le altre signore con cui condividono l’ambiente del salotto. L’ascolto empatico dell’urlo da parte del gruppo curante ha permesso di scorgere delle differenze: Maria urla perché sembra angosciata dall’estraneo, fa pensare al bambino piccolo, che quando nell’altro non riconosce la mamma ha paura, per cui l’altro si trasforma in un estraneo vissuto come spaventoso, ha bisogno di tenerlo lontano; Rosa invece  urla forse perchè è molto angosciata per il bisogno di essere tenuta stretta dall’altro, che, evocando la mamma, possa occuparsi di lei molto da vicino.

Le soluzioni pensate sulla basa dell’osservazione e della sintonizzazione sulle rispettive angosce arrivano ad essere diverse: Maria  tende a calmarsi da sola, quando è in camera può gradualmente tranquillizzarsi, arrivando a sostituire il  canto all’urlo; sembra una bambina molto piccola che nel lettino trova dentro di sé sensazioni e attività piacevoli e intorno a queste si organizza. Rosa, invece, ha bisogno di stare vicino alla guardiola infermieristica, per non perdere un contatto percettivo con una figura accudente.

 

Giovanni e Luigi sono due signori che possono irritarsi molto facilmente, passando all’agito aggressivo. Entrambi hanno bisogno di vivere in un reparto protetto che permetta loro di camminare senza correre il rischio di perdersi o di raggiungere luoghi pericolosi come ascensori, scale ecc.

Giovanni è alla ricerca di sua madre, non riesce a calmarsi perché non la trova mai, si stanca moltissimo; Luigi cammina per liberarsi di emozioni violente di rabbia legate all’impotenza. Il gruppo curante pensa che per Giovanni sia adatto un intervento che lo aiuti ad intervallare le estenuanti ricerche con delle pause in cui lo si invita a sedersi, offrendogli un pensiero: sua madre è in cammino per venire a trovarlo, conviene che si riposi un pò nell’attesa che arrivi. Per Luigi invece il gruppo ha capito che rendergli disponibile una pedaliera in reparto è un buon modo per aiutarlo a scaricarsi, offrendogli contemporaneamente un’esperienza in cui ancora  è possibile esercitare un potere fisico e decisionale insieme.

 

Luca è un uomo in condizioni tetraparetiche, non è più in grado di parlare, é molto aggressivo soprattutto durante le manovre dell’igiene. Il gruppo si sente molto impotente, non sa come aiutare gli operatori socio-sanitari a non rischiare brutti infortuni. Il clima è molto pesante perché l’uomo rischia il rifiuto da parte dell’ambiente, viene spesso giudicato come non collaborante, intenzionalmente aggressivo e respingente.

Nelle riunioni periodiche di reparto attraverso la sintonizzazione sui vissuti si fa strada il pensiero che forse Luca ha forti dolori che richiedono un approfondimento. La sensibilità degli infermieri e degli operatori aiuterà il medico a decifrare il dolore fisico che in seguito viene affrontato. Nei mesi successivi all’intervento medico l’aggressività si riduce e il clima intorno all’ospite torna ad essere accogliente ed empatico.

Di esempi se ne potrebbero fare ancora molti, tuttavia credo che sia più importante soffermarci  a riflettere sulla questione di fondo, ossia sulla necessità di esplorare meglio l’esperienza che viviamo nel contatto con il malato che presenta disturbi del comportamento, poichè in questo modo possiamo aprirci alla dimensione dei significati sottostanti.

Con questi brevi esempi abbiamo voluto mettere in risalto la necessità di cogliere le differenze di significato a fronte di un medesimo comportamento. Non è sempre possibile svolgere questo tipo di ricerca, tuttavia sensibilizzarsi in questa direzione è sicuramente di aiuto al malato e al gruppo curante.

Dott.ssa Palma Minervini

Psicologa-Psicoterapeuta

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Note

1 Uso questo termine non per stigmatizzare, ma per sottolineare la parte sofferente della persona.

2 G. Meneghel, P. Scocco, D. De Leo “La gestione dei disturbi comportamentali dell’anziano demente” in P. Scocco, D. De Leo, L. Pavan “Manuale di psicoterapia dell’anziano” 2001, Bollati Boringhieri,Torino.

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